Allenarsi a stare è uno spazio di riflessione e piccoli allenamenti. Parole e pratiche per accompagnare i passaggi, senza forzare il cambiamento.
Non un percorso da completare, ma una pratica a cui tornare.
Giorno dopo giorno.
Capita spesso di riuscire a dire con chiarezza cosa non vogliamo più. Lo riconosciamo facilmente, a volte lo sentiamo nel corpo prima ancora di riuscire a metterlo in parole. Quello che è più difficile, invece, è dire cosa vogliamo, o anche solo capire da dove potremmo iniziare. In mezzo a questo passaggio compiano spesso tre parole: zona di comfort.
Di solito le nominiamo come un limite, qualcosa da superare, un posto in cui si resta troppo a lungo. Ma la zona di comfort non è pigrizia, non è mancanza di desiderio e non è nemmeno paura, almeno non nel modo in cui spesso la immaginiamo.
È uno spazio conosciuto, un insieme di abitudini, ruoli, relazioni e ritmi che hanno una funzione precisa: ridurre l’incertezza. La zona di comfort non nasce per farci crescere, nasce per farci restare in piedi.
Una delle cose che ascolto più spesso, e che riconosco anche nella mia esperienza personale, è questa: quando la zona di comfort viene attaccata o forzata — da noi stessi o dalle aspettative intorno a noi — tende a irrigidirsi. È come se dicesse: se non mi ascolti, mi chiudo.
Forse allora la domanda non è come facciamo a uscirne. Forse è più utile chiederci cosa stiamo proteggendo restando qui, perché la zona di comfort non è un muro, è una soglia. E una soglia non si attraversa di corsa: si abita per un po’, si osserva, si ascolta.
A volte è proprio quello di cui abbiamo bisogno: stare lì, in quella zona, per ascoltarci. Dal bordo abbiamo l’occasione di guardare dentro e fuori contemporaneamente e percepire ciò che risuona in noi. E a volte ci serve anche rientrarci, in quella zona. Non è detto che uscirne sia per sempre: può essere un movimento, non una conquista definitiva. Può essere il luogo in cui torniamo quando abbiamo bisogno di stabilità, di riconoscerci, di riprendere fiato.
È spesso sul bordo che iniziano i movimenti più sostenibili, non grandi cambiamenti, ma micro-spostamenti, abbastanza piccoli da poter essere attraversati senza violenza.
A questo punto puoi scegliere. Puoi fermarti qui, portando con te la riflessione oppure puoi restare ancora un momento e fare un piccolo esercizio, come gesto di ascolto. È solo un modo per allenarsi a stare.
Un piccolo esercizio
Prendi un foglio e disegna un cerchio.
Dentro al cerchio scrivi tutto ciò che oggi è stabile per te: cose, situazioni, abitudini, ruoli, anche quelli che a volte ti stanno stretti.
Fuori dal cerchio non scrivere obiettivi, non scrivere cambiamenti grandi. Scrivi solo parole che indicano curiosità, piccoli movimenti possibili, cose che ti attirano appena.
Poi fermati e lascia risuonare questa domanda, senza darle subito una risposta: che cosa succederebbe se non uscissi dal cerchio, ma solo ascoltarne il bordo?
Questo è il primo articolo di Allenarsi a stare. Non un invito a cambiare, ma un allenamento gentile a stare nei passaggi, giorno dopo giorno.