Allenarsi a stare è uno spazio di riflessione e piccoli allenamenti. Parole e pratiche per accompagnare i passaggi, senza forzare il cambiamento.
Non un percorso da completare, ma una pratica a cui tornare.
Giorno dopo giorno.
La chiusura dei cerchi è il secondo passo di questo spazio "Allenarsi a stare": nasce da un cerchio vero, rimasto aperto per anni, e da un'occasione che non avrei previsto per chiuderlo.
È successo durante il matrimonio di due amici, Benedetta e Giovanni. Guardando il loro cerchio prendere forma (da una prospettiva particolare perché ero la loro celebrante), qualcosa del mio si è mosso. Non era il ruolo a muoverlo: era qualcos'altro che durante la loro festa mi ha permesso, in un luogo e in un tempo diversi da quelli in cui la mia storia era rimasta in sospeso, di sentire finalmente qualcosa che si chiudeva.
Da lì mi sono chiesta: si può chiudere un proprio cerchio grazie al cerchio di qualcun altrə? È possibile che i cerchi di vita si intreccino, e che l'occasione per chiudere il nostro arrivi passando per la storia di qualcun altrə?
A volte, in modo inaspettato e dopo molto tempo, arriva l'opportunità di chiudere un cerchio in un contesto (un luogo, uno spazio, un tempo) diverso da quello in cui quel cerchio si era aperto, in cui si era attivato. Non torniamo sul luogo del cerchio: è il cerchio, a volte, ad arrivare a incontrarci altrove.
Come la riconosciamo, questa occasione? I cerchi hanno spesso qualcosa in comune tra loro: una situazione analoga, dei ruoli che si ripetono, delle persone che, anche senza saperlo, occupano la stessa funzione nella nostra storia. Non serve che la situazione sia identica. Basta che tocchi la stessa corda.
Ma quando parliamo di cerchi aperti, di cosa parliamo davvero? Parliamo di quel sospeso che sentiamo addosso, una situazione, una relazione, che anche in modo latente condiziona il modo in cui viviamo, anche quando pensiamo di non pensarci più.
L'ho già scritto parlando della zona di comfort: non esistono ricette replicabili in modo esatto, neanche in cucina. Esistono esperienze e storie che ispirano, perché le dinamiche sottese sono le stesse anche quando le forme cambiano. È un po' come il rapporto tra genotipo e fenotipo: a parità di geni, la loro manifestazione (il fenotipo) può essere diversa, perché dipende dal contesto, dall'ambiente, dalle relazioni in cui quel gene si esprime. Vale lo stesso per i cerchi: la dinamica che li apre può essere la stessa, ma la forma in cui si chiudono cambia ogni volta, a seconda della vita in cui accade.
Quanto tempo ci vuole prima che un cerchio si chiuda? Dipende. Ma una cosa è certa: arriva quando siamo prontə ad accoglierlo. Ed essere prontə non è una questione di intenzione, ma di azione costante: è una questione di allenamento, di contatto continuo e costante con se stessə. Non significa chiedersi il perché di continuo. Significa respirare, respiro dopo respiro, qui ed ora, finché la fiducia si consolida e la sintonizzazione con se stessə diventa automatica.
C'è un meccanismo che la psicologia conosce bene, ed è l'effetto Zeigarnik: il bisogno cognitivo di chiusura. Un'azione incompleta genera una tensione che spinge la mente a voler portare a termine il compito, anche a distanza di anni, anche quando pensavamo di averla archiviata. Non è ossessione, è la mente che semplicemente non ha ancora trovato un punto di riposo.
Ecco perché a volte basta un cerchio non nostro, una festa, un incontro, una storia che sentiamo affine, per offrire alla nostra mente quella forma che stava aspettando, in un contesto che non avremmo scelto e in un momento che non avremmo previsto.
Un piccolo esercizio
A questo punto puoi scegliere. Puoi fermarti qui, portando con te la riflessione, oppure puoi restare ancora un momento e fare un piccolo esercizio, come gesto di ascolto. È solo un modo per allenarsi a stare.
Disegna due cerchi vicini, che si sovrappongono leggermente in un punto.
In uno scrivi una situazione tua rimasta in sospeso.
Nell'altro scrivi una situazione di qualcun altrə, una storia, un evento, una persona, che di recente ti ha toccatə in un modo che non ti aspettavi.
Nella parte in cui i due cerchi si sovrappongono, scrivi cosa hanno in comune.
Poi fermati e lascia risuonare questa domanda, senza darle subito una risposta: quale cerchio degli altri, di recente, ha toccato un cerchio tuo rimasto in sospeso?
Questo è il secondo articolo di Allenarsi a stare. Non un invito a cercare occasioni di chiusura, ma un allenamento gentile a restare sintonizzatə con se stessə, così da riconoscerle quando arrivano, giorno dopo giorno.
[pubblicato il 17 luglio 2026 e scritto, in treno, il 6 luglio durante il viaggio di ritorno da Senigallia]
Capita spesso di riuscire a dire con chiarezza cosa non vogliamo più. Lo riconosciamo facilmente, a volte lo sentiamo nel corpo prima ancora di riuscire a metterlo in parole. Quello che è più difficile, invece, è dire cosa vogliamo, o anche solo capire da dove potremmo iniziare. In mezzo a questo passaggio compaiono spesso tre parole: zona di comfort.
Di solito le nominiamo come un limite, qualcosa da superare, un posto in cui si resta troppo a lungo. Ma la zona di comfort non è pigrizia, non è mancanza di desiderio e non è nemmeno paura, almeno non nel modo in cui spesso la immaginiamo.
È uno spazio conosciuto, un insieme di abitudini, ruoli, relazioni e ritmi che hanno una funzione precisa: ridurre l’incertezza. La zona di comfort non nasce per farci crescere, nasce per farci restare in piedi.
Una delle cose che ascolto più spesso, e che riconosco anche nella mia esperienza personale, è questa: quando la zona di comfort viene attaccata o forzata — da noi stessi o dalle aspettative intorno a noi — tende a irrigidirsi. È come se dicesse: se non mi ascolti, mi chiudo.
Forse allora la domanda non è come facciamo a uscirne. Forse è più utile chiederci cosa stiamo proteggendo restando qui, perché la zona di comfort non è un muro, è una soglia. E una soglia non si attraversa di corsa: si abita per un po’, si osserva, si ascolta.
A volte è proprio quello di cui abbiamo bisogno: stare lì, in quella zona, per ascoltarci. Dal bordo abbiamo l’occasione di guardare dentro e fuori contemporaneamente e percepire ciò che risuona in noi. E a volte ci serve anche rientrarci, in quella zona. Non è detto che uscirne sia per sempre: può essere un movimento, non una conquista definitiva. Può essere il luogo in cui torniamo quando abbiamo bisogno di stabilità, di riconoscerci, di riprendere fiato.
È spesso sul bordo che iniziano i movimenti più sostenibili, non grandi cambiamenti, ma micro-spostamenti, abbastanza piccoli da poter essere attraversati senza violenza.
Un piccolo esercizio
A questo punto puoi scegliere. Puoi fermarti qui, portando con te la riflessione oppure puoi restare ancora un momento e fare un piccolo esercizio, come gesto di ascolto. È solo un modo per allenarsi a stare.
Prendi un foglio e disegna un cerchio.
Dentro al cerchio scrivi tutto ciò che oggi è stabile per te: cose, situazioni, abitudini, ruoli, anche quelli che a volte ti stanno stretti.
Fuori dal cerchio non scrivere obiettivi, non scrivere cambiamenti grandi. Scrivi solo parole che indicano curiosità, piccoli movimenti possibili, cose che ti attirano appena.
Poi fermati e lascia risuonare questa domanda, senza darle subito una risposta: che cosa succederebbe se non uscissi dal cerchio, ma solo ascoltarne il bordo?
Questo è il primo articolo di Allenarsi a stare. Non un invito a cambiare, ma un allenamento gentile a stare nei passaggi, giorno dopo giorno.